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L’ideologia della divisione

24 dicembre 2011

Da Fincantieri a Lucchini, da Irisbus a Golden Lady, le aziende in crisi sono oggi il segno tangibile della nostra sofferenza sociale. Tante famiglie vivranno con apprensione il Natale. E tante altre stanno facendo i conti con le politiche di austerità, che spingeranno parte del ceto medio verso la povertà relativa. Oltre le febbrili attenzioni allo spread sono queste le ferite profonde di un Paese tuttora in pericolo.
Il Natale cristiano è la celebrazione del riscatto (Dio che diventa uomo per liberare gli uomini), della solidarietà (la regalità che si umilia nella povertà assoluta), della speranza (la forza capace di superare ostacoli in apparenza insormontabili). Valori a cui la matrice spirituale e la testimonianza di fede non tolgono un forte significato culturale, civile, laico. Anche per questo il Natale è una grande festa popolare, di condivisione. E per questo oggi la festa stride con le ferite di tante donne e uomini che pagano più di altri la crisi economica e l’incertezza dell’Europa politica.
Hanno fatto bene i sindacati a promuovere, nel giorno della Vigilia, manifestazioni in tante città d’Italia: non c’è solo il giudizio critico su una manovra poco equa e pericolosamente depressiva; non c’è soltanto la battaglia affinché le prossime scelte del governo Monti vengano indirizzate verso il lavoro, la crescita, la solidarietà sociale; c’è un messaggio di fondo che riguarda tutto il Paese: si può, si deve lottare per un cambiamento. La speranza si nutre dell’impegno comune. E non è vero che il mondo globalizzato rappresenti la fine della storia, l’esaurimento della democrazia, della politica. Non è vero che i tecnici sono figli di un pensiero unico infallibile, perché il pensiero unico ha già prodotto enormi catastrofi (da ultimo la cura imposta dall’Europa e dalla Bce alla Grecia). È la voglia di cambiare che rende protagonisti gli uomini e rigenera fiducia.
Tra le forze ostili al cambiamento c’è oggi un’ideologia che punta a scoraggiare, a demolire la politica nelle sua fondamenta. Non per produrre rinnovamento (quello sì, sarebbe necessario). Ma per lasciare il cittadino solo di fronte al potere. La rottura delle reti di solidarietà umana, la demolizione dei corpi intermedi, la messa al bando di partiti, sindacati, associazioni, comunità religiose: questi sono i veri obiettivi perseguiti da campagne condotte persino con toni moralisti. Il cittadino resta solo perché il tessuto sociale è giudicato in sé un fattore di corruzione. E il cittadino non deve mai uscire dalla solitudine, nel consenso come nella protesta, perché questo è il paradigma individualista del turbo-liberismo imperante. Un modello perfettamente congeniale a quel primato della finanza e a quel potere oligarchico che sta oggi erodendo la nostra stessa civiltà.
Per questo la protesta di Natale, promossa insieme dai segretari di Cgil, Cisl e Uil, porta un segno di riscatto. Assolutamente laico. Tuttavia non solo politico. La ritrovata unità sindacale dovrebbe essere maggiormente apprezzata tra i progressisti: è vero che i sindacati rappresentano gli interessi di una parte della società e che i governi dovrebbero preoccuparsi dei diritti dei giovani e di chi non è rappresentato, tuttavia è irragionevole affrontare una crisi di queste dimensioni senza ricercare un patto, una ricomposizione sociale attorno a obiettivi condivisi. Sono sempre in agguato le ideologie della divisione e i loro cantori. Come ha dimostrato l’ultima esibizione – quella sull’articolo 18 dello Statuto dei lavoratori – che ha sfidato ogni razionalità e persino il disinteresse degli imprenditori. Senza coesione sociale non ci sarà ricostruzione in Italia. Né rinnovamento politico.
C’è poi una dimensione religiosa del Natale che riguarda le coscienze dei credenti. Che in Italia sono presenti in tutti i partiti e votano per tutti gli schieramenti. Il pluralismo delle opzioni politiche dei cattolici è uno dei frutti della generosità del Concilio. Della problematicità di questo pluralismo si discute spesso e da varie angolature. Resta l’originalità italiana di una presenza di credenti culturalmente significativa anche nel centrosinistra e nella sinistra. Del resto, quei valori di cui si è parlato spingono verso l’uguaglianza, l’attenzione agli ultimi e alle comunità, il rispetto per la vita e la sua dignità sociale. Le nuove frontiere della scienza pongono nuove questioni antropologiche. Ma non consentono fughe dalle sofferenze delle donne e degli uomini in carne e ossa. Non è vero che la fede spinge verso la moderazione e la collocazione “terzistaâ€. Ferme restando l’autonomia e la laicità di ogni scelta politica, dal pensiero religioso vengono oggi anche solidi argomenti per ancorare e rafforzare i valori progressisti e della sinistra, da almeno tre decenni esposti all’offensiva dell’ideologia liberista dominante.

   
 
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