Cambiare la legge elettorale è una necessità, un dovere morale oltre che politico. Se il Parlamento fallirà, anche la prossima legislatura sarà condannata all’instabilità e all’inefficienza. E sui partiti si abbatterà l’onda crescente della delegittimazione. Ma il rischio del fallimento è alto. Anche perché i sostenitori del Porcellum sono più di quelli che lo dichiarano.
Nel centrodestra la conservazione della legge Calderoli è legata all’illusione del mantenimento degli attuali gruppi dirigenti. Lo scontro interno è aperto, ma qualcuno scommette sull’infarto post-elettorale del centrosinistra e, quindi, sulla rinvincita dell’asse del Nord. Per fortuna non manca, anche da quelle parti, chi si rende conto della crisi di sistema: senza una legge elettorale che aiuti a strutturare i partiti, nelle istituzioni ma ancor più nella rappresentanza democratica della società, non è detto che resti un centrodestra dopo la stagione populista di Berlusconi.
Ma è bene dire che i difensori del Porcellum, e più in generale dell’impianto della Seconda Repubblica, sono presenti pure nel centrosinistra. Sicuramente sono difensori del Porcellum quei dirigenti politici e quei giornali che già hanno cominciato a gridare all’inciucio al primo incontro tra Pd e Pdl. Senza una larga intesa parlamentare, non ci sarà infatti alcuna riforma. Chi non vuole l’intesa, vuole il Porcellum. E si capisce anche il perché. Al di là della polemica sulle liste bloccate – che è il difetto più visibile della legge, quello che induce al maggior discredito popolare – il vero cancro del sistema, come indicato dalla stessa Corte costituzionale, è il maggioritario di coalizione. È questa la vera anomalia italiana, perché introduce il presidenzialismo di fatto (cioè il mito del premier eletto dal popolo, dell’«unto del Signore») all’interno del nostro modello istituzionale, scardinando così gli equilibri della Carta. Ma nel centrosinistra sono tanti i presidenzialisti. E cancellare il maggioritario di coalizione vuol dire togliere armi al populismo che c’è anche a sinistra, oppure ai leader che vogliono bypassare o azzerare i partiti. Senza partiti invece non c’è democrazia: e non c’è neppure il rinnovamento politico, come dimostrano i vent’anni della Seconda Repubblica.
Tra i frenatori del cambiamento ci sono poi i cultori del governo «tecnico» come antidoto al governo dei «partiti». Sono i testimonial delle oligarchie economiche che hanno acquisito un’egemonia culturale e non vogliono metterla a repentaglio. Hanno usato il Porcellum per denigrare, giustamente, la condizione attuale di avvilimento delle istituzioni, ma non vogliono rompere lo schema del presidenzialismo di fatto. Perché è su questo schema che si può perpetuare il «commissariamento» della politica, magari sfornando nuovi Cavalieri.
Ecco perché, al netto dei molteplici tatticismi, fare la riforma elettorale non è facile. Gli avversari sono più numerosi di quelli che appaiono. È chiaro a tutti che la sola base possibile per un compromesso politico, coerente con i nostri principi costituzionali, è oggi la legge elettorale tedesca: sbarramento al 5% per impedire la frammentazione; collegi uninominali maggioritari per almeno il 50% dei seggi; bipolarismo fondato sull’alternativa dei partiti maggiori; rappresentanza e autonomia delle forze intermedie; governo stabile imperniato sul leader del partito che ha ottenuto più voti.
Il modello tedesco però va accompagnato da alcuni necessari correttivi che impediscano una deformazione «parlamentarista», cioè un ritorno ai vizi del passato. È sui correttivi che oggi è aperta la trattativa tra i partiti. Basterà una piccola disproporzionalità a favore dei partiti maggiori (ad esempio, evitando il collegio unico nazionale per il recupero dei resti) per ridurre il ricorso alla Grande coalizione? Sarà possibile inserire un piccolo incentivo alle alleanze preventive senza far rientrare dalla finestra il bipolarismo coatto? Siamo convinti che, se c’è la volontà, le soluzioni tecniche si trovano.
Una condizione però è assolutamente necessaria per evitare che il modello tedesco (in fondo, anticipato alla Costituente dall’ordine del giorno Tosato) si riveli un tragico boomerang. Perché funzioni il sistema tedesco è necessaria la sfiducia costruttiva, o comunque un meccanismo di stabilizzazione che elimini le crisi di governo. Il governo cade quando il Parlamento ne elegge un altro. E se il premier cade senza che sia indicato il successore, allora, si torna alle urne. Per fare questa correzione è necessaria una riforma costituzionale. Insomma, l’impresa si fa ancora più ardua. Ma l’alternativa è restare prigionieri del Porcellum o di qualche sua mutazione genetica. Sarà la vittoria di chi vuole legarci alla Seconda Repubblica e salvaguardare quella governance oligarchica, che in questi anni ha favorito il declino della politica democratica.