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Democratici e socialisti

12 novembre 2013

Ospitare a febbraio il congresso del Partito socialista europeo è per il Pd un’opportunità. Per entrare finalmente nella casa che ormai è anche sua e contribuire da subito ad allargarla e rinnovarla. Quello di Roma non sarà un congresso ordinario: la scelta di caratterizzare le elezioni europee con un candidato comune – Martin Schulz – alla presidenza della Commissione è una risposta importante alla crisi di fiducia e di legittimità della Ue. Non basterà, certo, da sola a cambiare la rotta segnata da un lato dalle politiche di austerità e dall’altro dal prevalere del metodo intergovernativo.

Ma indicherà alla sinistra europea la sola strada che porta al riscatto dell’Unione: la strada federale di un governo economico e democratico dell’euro, dove i parametri sociali (occupazione, scuola, povertà, etc) possano contare almeno quanto i parametri dei bilanci pubblici, dove ci si possa battere per una nuova sovranità dei cittadini. La sinistra non è stata abbastanza europeista quando era al governo di quasi tutti i Paesi Ue. Ora è a un bivio: senza un balzo «federalista» e «comunitario» i suoi stessi valori sociali.
Può il Pd – che ha nella scelta europea uno dei tratti distintivi – rinunciare a giocare questa partita? Può tirarsi da parte solo perché l’identità socialista non rappresenta per intero le sinistre riformatrici italiane? L’Europa sta affrontando una crisi drammatica e il rischio di un declino storico si intreccia con i suoi crescenti squilibri interni e con un’ondata di sfiducia. Che senso ha per il Pd ritagliarsi uno spazio ai bordi del campo, difendendosi ancora attraverso l’originalità del caso italiano?
È vero che il Pd ha scelto di chiamarsi «democratico» non per un accidente. Alle sue radici c’era la percezione di una profonda crisi della nazione, del suo modello sociale e delle stesse istituzioni democratiche: la risposta socialista non era sufficiente ad un progetto di ricostruzione dopo il fallimento di Berlusconi e i danni del liberismo antipolitico. Non era sufficiente anche perché le risorse riformatrici a cui attingere erano in Italia più ampie: la sinistra non può gettare nel fosso la cultura nazionale dei comunisti italiani, non può rinunciare all’apporto dei cattolici democratici, non può respingere le istanze ambientaliste sullo sviluppo sostenibile, non può relegare in secondo piano i tanti movimenti civici proprio nel tempo in cui l’attacco liberista mette a rischio i corpi intermedi e le autonomie sociali. Il Pd non deve rinunciare a nulla di tutto questo. Ma deve portare questo nella dimensione politica più rilevante: quella europea, appunto. Perché è lì che si gioca la partita decisiva.
Peraltro, la discussione interna al Pd sul socialismo europeo non può riprodursi nei termini di qualche anno fa. Qualcosa è cambiato nel frattempo. L’esperienza del gruppo dei Socialisti e dei Democratici al Parlamento di Strasburgo è stata positiva, nel senso che la delegazione italiana si è pienamente integrata e non ci sono stati casi significativi, in cui i democratici italiani hanno assunto posizioni politiche in contrasto con il resto del gruppo. Se invece un’ipotesi è tramontata in questo tempo è proprio quella di un percorso convergente tra un’area democratica europea, più piccola e autonoma, e il grosso dell’area socialista. La realtà si è premurata di dimostrare che non esiste un’area democratica autonoma, disposta a lavorare nella logica di un centrosinistra europeo. Esiste invece – e lo dimostra l’interesse per il Pd, oltre che il rispetto per la sua forza (attualmente la delegazione italiana è la seconda nel gruppo S&D e il dato può essere confermato alle elezioni del 2014) – la possibilità di allargare gli orizzonti politici e culturali della sinistra continentale. Le sinistre socialiste tradizionali soffrono tutte di crisi di consenso e deficit di innovazione: l’apporto della cultura democratica – a partire dal nesso ormai inscindibile tra questione sociale e questione democratica, che solo la prospettiva degli Stati Uniti d’Europa può scogliere positivamente – è dunque molto prezioso. Non è un caso che la Spd abbia avviato un dialogo intenso e ravvicinato con il Partito democratico americano, anche in vista dei nuovi trattati di libero scambio tra Ue e Usa.
È tempo per il Pd di entrare nel Pse. Si può essere democratici italiani e socialisti europei. Non per annacquare l’identità democratica, ma per proporla come un ampliamento di orizzonte politico alle forze storiche del socialismo. È significativo che tutti e quattro i candidati alla segretaria del Pd abbiano – sul punto – valutazioni convergenti. Se le residue riserve – anziché potenziare l’originalità democratica – diventassero un freno, si indebolirebbe la stessa proposta del Pd di lavorare insieme al Partito dei socialisti, dei progressisti e dei democratici europei. Questo dovrà dire a Schulz e agli altri leader del Pse il futuro segretario dei democratici. Sarebbe la prova che l’Ulivo – nei suoi riferimenti all’Europa e alle culture fondative della Costituzione italiana – non è passato invano. Ma la scelta del Pse confermerebbe anche la decisione di diventare «partito», e non semplicemente un campo di aggregazione di forze diverse. Quella sì, l’opzione del partito-coalizionale ridotto nei fatti a cartello elettorale, non sarebbe una scelta europea. E, se fosse questa la vera obiezione all’ingresso nel Pse, il congresso del Pd dovrebbe affrontarla con molta serietà.

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